Storia delle Grotte di Frasassi

Lungo l’Appennino Umbro-Marchigiano proprio nell’entroterra anconetano, si estende il parco naturale Regionale Gola della Rossa e di Frasassi, istituito nel 1997, dove possiamo ammirare uno dei più belli  scenari di una natura rigogliosa ed incontaminata, caratterizzata da un particolare ed imponente fenomeno di erosione di origine carsica, che da origine alle Grotte di Frasassi.

Geograficamente questo capolavoro della natura sotterranea e di origine carsica, si trova nel comune di Genga e precisamente nella provincia di Ancona, nell’entroterra marchigiano, facile da raggiungere, grazie ai numerosi collegamenti con il capoluogo.

In tutto il mondo gli speleologi sono i veri protagonisti e maestri nell’individuare aperture naturali, custodite gelosamente da madre natura, e la scoperta di una sicura via d’accesso è solitamente legata al caso o all’intraprendenza di questi uomini.

La storia delle Grotte di Frasassi non è molto dissimile da tante altre, nel corso dei decenni, i tentativi di penetrate la montagna, alla ricerca di tesori e bellezze paesaggistiche nascosti, furono numerosi, spesso con scarsi risultati.

Già nell’intervallo tra le due grandi guerre vi furono saltuarie esplorazioni, che in realtà non portarono a scoperte rilevanti, solo dopo il 1948, gruppi organizzati di studiosi, poterono condurre costanti ricerche, che non tardarono a dare grandi soddisfazioni, come la scoperta della via d’accesso della Grotta del Fiume, ovvero una delle tante porte che offrono oggi il libero ingresso alle grotte.

Gli anni trascorsero, gli speleologi poterono non solo cercare altre strade, ma soprattutto studiare la morfologia del suolo, caratterizzata dalle erosioni carsiche, e la struttura dei resti della flora che riusciva a crescere spontanea.

Una vera svolta si verificò nel 1966, grazie ad un gruppo di studiosi di Fabriano, guidati dalla curiosità, tipica di chi cerca qualcosa di nuovo ed unico, scoprirono all’interno della Grotta del Fiume, uno stretto meandro, che in effetti era un’ulteriore diramazione della grotta, lunga ben oltre un chilometro.

Questa fu senz’altro una scoperta grandiosa, che non solo compensò gli speleologi per il duro lavoro, ma che li spronò negli anni, a continuare le ricerche, con uno spirito rinnovato, sicuri che oltre vi fosse molto di più.

Nel 1971 un momento molto particolare ed entusiasmante fu vissuto da un gruppo di giovani iesini, i quali allargando un’angusta apertura, scoprirono circa cinque chilometri di nuove cavità, ricche di pozzi, grandi gallerie e resti di animali, conservati per millenni di storia.

Ma la vera grande scoperta avvenne solo nel 1971 ad opera di Rolando Silvestri ed il suo gruppo, i quali mentre erano intenti a scalare l’appendice nord del monte Valmontagna, notarono uno stretto imbocco, dal quale fuoriusciva dell’aria.

Dopo numerosi giorni di estenuanti lavori di scavo, finalmente trovarono nell’apertura della montagna la porta che conduceva alla Grotta Grande del Vento, battezzata così, proprio in onore al vento che li aveva guidati.

Un grande lavoro di scavo consentì negli anni, attraverso il passaggio denominato”Condotta dei Fabrianesi”, di mettere in comunicazione la Grotta del Fiume con la Grotta del Vento, regalando ai numerosi studiosi, ma anche ai tanti turisti, di godere di uno spettacolo della natura unico nel suo genere.

Naturalmente altri scenari sono stati scoperti, come la Sala 200, la cui lunghezza si estende oltre 200 metri, la sala delle Candeline, che prende il nome dalle numerose piccole stalagmiti tutte di forma cilindriche, la Sala Bianca, la cui cromatura nivea è dovuta all’alta presenza di calcite pura, la Sala dell’Infinito, nella quale gli speleologi si persero, stentando a ritrovare la via d’uscita come in un classico labirinto.

Tredici chilometri di architettura naturale si snodano tra fitte gallerie ed ambienti sotterranei, ma la parte accessibile, in tutta sicurezza, per i visitatori è la Grotta Grande del Vento, una delle più belle opere che la natura ci offre.